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01 02 2016

Annamaria Ajmone : revue de presse

Une belle revue de presse pour Annamaria Ajmone à la suite de sa résidence d’artiste à l’Institut culturel italien dans le cadre du programma “Les Promesses de l’Art”.

Danser (26.12.15) L’institut culturel italien de Paris offre chaque mois une résidence à un jeune artiste – italien, bien sûr. En décembre 2015, l’invité a été la chorégraphe Annamaria Ajmone qui s’est inspirée des lieux de l’Hôtel de Galliffet, acquis par l’état italien en 1909, pour une création in situ. Le dialogue artistique avec des espaces de vie est aujourd‘hui au centre des recherches de cette jeune chorégraphe montante de la scène italienne. Nous l’avions par ailleurs souligné dans nos colonnes suite à sa performance à la Biennale de Venise de 2015. C’est avec grand intérêt que nous l’avons retrouvée, dans un cadre on ne peut plus différent, mais dans la même idée de créer un lien chorégraphique avec des espaces non-théâtraux. L’ensemble de la performance, créée à l’Istituto Italiano di Cultura et placée sous le titre d’Innesti, est inspiré des réflexions d’Heidegger sur la façon dont l’homme habite un espace donné, à travers son lien au monde. Cet essai publié en 1951 est une réflexion sur notre relation au temps, à l’habitat et à l’environnement, traversé par des pensées spirituelles et écologistes avant la lettre. Et l’intérêt d’une création in situ est justement de révéler l’âme d’un lieu et ses aspects cachés. Cela peut se faire en se cachant soi-même, comme Ajmone l’a démontré ici par deux fois, à commencer par le jardin de l’institut, dans le noir, jouant avec son apparition en s’éclairant elle-même à l’aide d’une petite lampe. Le public resta à l’intérieur, la regardant à travers la baie vitrée dans une ambiance musicale de dub jamaïcain. Ensuite, on retrouva Ajmone nichée dans la cheminée d’un salon, comme si elle était entrée là, à la manière du Père Noël. Mais nous l’avions vue entrer par la porte, sans s’en cacher le moins du monde, l’enjeu n’étant pas de créer une fiction mais de composer avec des espaces de caractère très différents. Au dernier de trois tableaux, dans le salon d’honneur de l’institut, entre colonnes de marbre, dorures et miroirs, Ajmone lance la fête et flirte avec la transe. Une allusion aux fastes et aux bals d’une autre époque ? Là encore elle se laisse balancer par des rythmes de reggae, genre musical qui limite la créativité chorégraphique plutôt que de la stimuler. Mais c’est justement la finitude qui crée le lien entre la danse et chacune des trois présences, en jouant avec la dissolution physique de l’être, que ce soit dans l’obscurité, dans l’espace se refermant ou par l’infusion dans un espace ouvert, traversé par les siècles. Après Ajmone, qui a par ailleurs reçu le prix 2015 de la revue Danza&Danza dans la catégorie Interprète émergent en danse contemporaine, l’institut accueillera en septembre 2016 la chorégraphe Irene Russolillo.
Thomas Hahn
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(c) Marina Mandozzi

Artribune (29.12.15) Intervista ad Annamaria Ajmone. La promessa della danza italiana

Annamaria Ajmone, danzatrice e interprete, presenta con successo i suoi primi lavori da coreografa e solista, attirando su di sé l’attenzione di festival e critica. In quest’intervista indaghiamo le sue origini e i suoi orizzonti.

Da interprete ha collaborato con Guilherme Botelho, Ariella Vidach, Santasangre, Cristina Rizzo, Daniele Ninnarello. Annamaria Ajmone non è solo una danzatrice, ma anche una giovane coreografa. Il suo secondo e ultimo spettacolo, Tiny (dopo In-Quiete), è stato accolto con successo al Romaeuropa Festival (DNA), Danae e Autunno Danza, mentre la seguiamo fino a Parigi dove è ospie dell’Istituto Italiano di Cultura per una residenza del progetto Le promesse dell’arte, realizzato in collaborazione con il Festival Interplay di Torino. Innesti è l’esito di questa settimana di residenza, uno lavoro che attraversa tre spazi dell’Istituto, tra interno ed esterno, e che s’inserisce nel quadro più ampio del progetto Pratiche abitative temporanee che la coreografa porta avanti in spazi non convenzionali: dallo squero di Venezia, in occasione della Biennale College Danza 2015, alla Fondazione Prada, a Palazzo Pitti di Firenze. La sua danza è un dialogo costante tra il corpo in espansione e la cura per i gesti minuti, una coreografia delle falangi, delle ginocchia, delle dita racchiuse nelle scarpe, che libera un’energia coinvolgente. L’originalità della sua poetica, la sapienza e la schiettezza del suo corpo in movimento fanno di questa giovane coreografa una delle proposte più interessanti della giovane coreografia italiana. Parliamo con lei dei suoi due spettacoli In-Quiete e Tiny, e del progetto itinerante Pratiche abitative temporanee.

Dove e come ti sei formata?

Da bambina ho studiato danza classica per brevissimo tempo. La mia formazione riprende molto tardi, a 23 anni, al corso per danzatori dell’Accademia Paolo Grassi, dopo una laurea in Lettere Moderne. Durante gli anni in accademia ogni estate ho seguito workshop e masterclass all’estero. Nel 2005 andava di moda la danza belga, una danza potente, basata sul floor-work: per molti anni è stato un riferimento importante anche per me. A Impults Tanz a Vienna ho seguito un corso tenuto dalla danzatrice e coreografa islandese Erna Omarsdóttir, una figura fondamentale nel mio percorso. Erna mi piaceva così tanto perché nei suoi lavori confluivano suggestioni diverse, di tipo visivo, musicali, che sentivo affini… oltre al fatto che possiede una presenza scenica unica. Appena diplomata ho lavorato con Alias, una compagnia Svizzera con base a Ginevra. Alla fine del contratto avrei potuto provare a rimanere in Svizzera o spostarmi in un altro Paese straniero, ma ero molto inesperta e spaventata all’epoca, così sono tornata a casa. Tornata a Milano, ho iniziato a collaborare con la coreografa Ariella Vidach, che per me è stata molto importante sul piano pedagogico e tecnico. Ora il mio lavoro da interprete mi permette di continuare a imparare da autori e artisti che stimo, quindi la mia formazione non finisce mai.

Come nasce il desiderio dedicarti alla coreografia e diventare autrice?

L’esigenza di creare delle coreografie nasce come prosecuzione naturale del mio lavoro da interprete. Mi piaceva l’idea di poter lavorare sul corpo come materia e di avere la possibilità di dare forma a qualche mia ossessione.

La tua ricerca coreografica sembra tendere alla costruzione di un paesaggio. Cosa evoca in te questo concetto?

Il paesaggio per me è una visione, un’atmosfera, un tessuto, una tela, in cui potermi situare in quanto oggetto fisico. Creare un paesaggio vuol dire creare un universo all’interno della scatola teatrale, fatto di elementi a cui mi relaziono attraverso l’azione coreografica. I paesaggi di In-Quiete e Tiny sono molto diversi eppure sempre parte del mio immaginario. In In-Quiete il paesaggio è un esterno caotico che si riflette in un interno influenzabile, un esterno talmente caotico e abbagliante da perdere il colore. Per questo lo spazio teatrale è di un bianco accecante. Tiny invece è un paesaggio raccolto, un interno, che sostiene un discorso sull’“essere”. Nelle Pratiche abitative temporanee, e quindi in Innesti, si tratta invece di un dialogo tra paesaggi, e poi del tentativo di costruire una dimora, un luogo di riparo, una casa temporanea.

In Tiny il cardo è l’unico elemento con cui coabiti la scena. Perché questa pianta?

Tiny nasce da un’esperienza con la video maker Giovanna Cicceri, un progetto di ricerca che ci ha portate a lunghe pratiche coreografiche nel bosco. La natura dilata il tempo dell’azione. Ho dunque cercato di riportare nello spazio e nel tempo teatrali questa dilatazione insieme ad altre cose che il mio corpo aveva indagato e scoperto durante le pratiche nel bosco. La volontà era di riportare l’esterno all’interno attraverso il veicolo del mio corpo. Il cardo mi ha colpita e affascinata per la sua forma, questo stelo lungo con in cima un fiore, racchiuso in una gabbia di filamenti leggerissimi che lo proteggono. Una pianta delicata ma pungente.

Sia la musica che le scelte coreografiche dei tuoi spettacoli rimandano spesso a un immaginario da ballroom (Innesti) o da club (In-Quiete), alla danza in contesti di festa, a un’energia originaria e popolare…

Per quanto riguarda Innesti, all’Istituto italiano di Cultura di Parigi, l’idea del ballo, sostenuta dalla scelta musicale, a cura di Palm wine, nasce da una suggestione ricevuta dal luogo: un salone della seconda metà del Settecento. In In-Quiete la musica elettronica, creata da Marcello Gori appositamente per lo spettacolo, crea una vibrazione che scuote il corpo. Mi piace molto un corpo che esplode per superare se stesso, per indurre un cambiamento sia fisico che mentale. Un corpo fuori controllo, ma in senso festoso, che possa generare un movimento collettivo. Mi piace poter “distruggere” tutto ciò che ho faticosamente imparato e lasciare il corpo espandersi.

Questo desiderio di espansione del corpo coesiste con un’attenzione per l’infinitamente piccolo. In Tiny una danza di ossa, dita, spalle, ginocchia, della prima parte si dilata nella seconda. Che rapporto c’è tra queste due tendenze che sembrano convivere nella tua poetica?

Il gesto minimo parte da una riflessione su cos’è quella cosa che si deve ingaggiare, potentissima, per poter far sì che l’infinitamente piccolo sia comunque potenzialmente enorme. Affinché quel primo mignolo che si muove sia visto da tutti applico la stessa quantità di energia di quando il movimento si dilata.

Che rapporto si crea tra spazio e luogo (uno spazio connotato) nelle Pratiche abitative temporanee, quindi in contesti extra-teatrali?

Quello delle pratiche è un lavoro che parte dalla mia ricerca coreografica in relazione allo spazio che incontro e abbraccio, per dirla alla Heidegger, che è il mio riferimento teorico. Il rapporto tra interno/esterno e l’imprevedibilità sono i principi alla base della ricerca. Il mio lavoro in questi luoghi parte da una riflessione sullo spazio a volte intuitiva, a volte drammaturgica. Studio ciò che riguarda il luogo e la sua storia per poi decidere se sfruttarla o meno. Alla Fondazione Prada, il fatto di trovarsi nel cinema della fondazione è stato preso in considerazione nelle scelte musicali: privando il film la Region Central delle immagini, ne abbiamo utilizzato il suono. D’altra parte, in occasione della Biennale di Venezia, trovandomi nello Squero di San Trovaso (cantiere per imbarcazioni, patrimonio dell’Unesco) lo spazio era talmente connotato e turistico che non ho voluto metterne in rilievo la valenza storica, ma quella quotidiana, di luogo di lavoro. L’analisi relativa allo spazio è spesso anche molto fredda, a volte decido di trasformarlo sul piano geometrico e da quadrato farlo diventare un triangolo, per fare in modo che possa essere visto da un altro punto di vista grazie al movimento del corpo. A livello di materiale coreografico porto nel luogo la mia ricerca del momento. Sto cominciano a lavorare a un nuovo progetto coreografico dopo Tiny, di cui Innesti è quindi un primo assaggio.

Con chi ti piacerebbe collaborare, artista, artigiano?

Un botanico.

Intervista di Chiara Pirri

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(c) Marina Mandozzi

Roads (19.12.15) Une danseuse qui se greffe dans des lieux magiques

« En tout lieu, je construis et développe un dialogue. Je pars de l’observation et de l’exploration de l’espace, et grâce aux impressions que j’en retire, je construis un réseau de relations et de connexions. Je me plonge dans l’espace pour  ensuite prendre mes  distances par un processus d’éloignement.  Je   le   regarde   de   loin   pour   ensuite   m’en   rapprocher, m’imprégnant de celui-ci  tout en le manipulant. C’est un jeu continuel de renvois, d’échanges, d’éléments qui résonnent et se mélangent. Pour ce faire, il est nécessaire de libérer : tout d’abord l’espace, en l’analysant plutôt dans sa structure physique que dans sa dimension culturelle, ensuite moi- même, par un processus identique, où je me vois comme un élément à l’intérieur de la salle, m’en remettant à la géométrie de mon corps et au rythme que je produis. De cette façon, je fonde un terrain fertile et fragile à la fois, et c’est exactement de là que je pars. Je me confronte à mes limites, convaincue que « la limite n’est pas ce où quelque chose cesse, mais bien, comme les Grecs l’avaient observé, ce à partir de quoi quelque chose commence à être.».

À partir de cette réflexion, cette profession de foi, Annamaria Ajmone a construit un parcours à travers le jardin de nuit et deux salles de l’Institut Culturel Italien de Paris, le magnifique Hôtel de Galliffet. Après avoir illuminé à l’aide d’une lampe de poche quelques parterres et façades, comme un animal elle s’est installée dans la cheminée d’une des salles et traça une succession d’actions chorégraphiques face à un public debout, étonné, qui la regardait    silencieusement.Son corps     souple lui permettait de prendre lentement des positions assez étonnantes. Annamaria Ajmone sortie de son antre et comme un félin se dirigea vers une autre salle. Dans cette immense salle, très 18eme, aux fausses colonnades doriques, elle se lâcha au son d’une musique électro pop avec une chorégraphie débridée très contemporaine. Elle pris ainsi totalement possession de cet espace face à un public enthousiaste, dommage que ce « ballet » fut si court ! Annamaria Aimone est née à Lodi en 1981 ; elle a eu un master de Lettres Modernes à l’Université de Milan et a obtenu son diplôme de danse à l’Ecole d’Art Dramatique Paolo Grassi, sous la direction de Marinella Guatterini. En 2009, elle a fondé avec Ilaria Tanini et Marcello Gori le Groupe Electropop Cleancorner. En 2013, avec Chiara Ameglio et Marcello Gori, elle réalisa InQuiete, finaliste pour le prix Equilibrio. Depuis 2014, elle travaille avec la vidéo-artiste Giovanna Cicciari à un projet de recherche unissant l’image en mouvement et la danse. Cette année, Annamaria Ajmone a axé sa recherche sur la relation entre l’espace et le mouvement, une succession d’expériences qu’elle appelle Pratiques Temporelles d’habitation. Avec ce titre le projet elle s’inspire de la réflexion de Martin Heidegger sur la façon dont les hommes existent dans le monde en habitant l’espace. Elle a commencé à faire ses actions chorégraphiques à Venise et poursuivi à Milan et à Florence. Cette résidence  à  Paris,   représente  la quatrième étape  de  ce  parcours chorégraphique durant un mois. Cette expérience est fascinante à voir et donne l’envie de venir plus souvent dans cet Institut où il se passe toujours quelques choses de passionnant.

Que faire à Paris (15.12.15)

La danseuse et chorégraphe italienne Annamaria Ajmone présente au public parisien sa nouvelle action chorégraphique Innesti. Le 17 décembre, à 19h, dans les salles de l’Institut culturel italien de Paris, la chorégraphe et danseuse italienne Annamaria Ajmone présentera Innesti, action chorégraphique axée sur la relation entre l’espace et le mouvement s’inspirant de la réflexion du philosophe allemand Martin Heidegger. L’Institut culturel italien de Paris représente la quatrième étape du projet artistique « pratiques temporelles d’habitation », un parcours entamé à Venise (Biennale College Danza 2015) et poursuivi à Milan (Fondation Prada) et à Florence (Cango et Teatro della Toscana). Sélectionnée par Natalia Casorati, directrice du Festival international de la danse contemporaine Interplay de Turin, Annamaria Ajmone est en résidence à l’Institut culturel italien de Paris dans le cadre du programme « Les promesses de l’art » jusqu’au 22 décembre.

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(c) Paolo Porto

Le Parisien – étudiant.

Le 17 décembre, à 19h, dans les salles de l’Institut culturel italien de Paris, la chorégraphe et danseuse italienne Annamaria Ajmone présentera INNESTI, action chorégraphique axée sur la relation entre l’espace et le mouvement, s’inspirant de la réflexion du philosophe allemand Martin Heidegger. L’Institut culturel italien de Paris représente la quatrième étape du projet artistique « pratiques temporelles d’habitation », un parcours entamé à Venise (Biennale College Danza 2015) et poursuivi à Milan (Fondation Prada) et à Florence (Cango et Teatro della Toscana). Cette initiative s’inscrit dans le cadre du programme de résidences d’artistes “Les Promesses de l’art”, lancé par l’Institut culturel italien de Paris en 2012. Sur les conseils de spécialistes d’art et de directeurs artistiques, l’Institut invite chaque mois un artiste italien afin de promouvoir la jeune création italienne en France et développer ainsi une complicité artistique entre artistes et public. C’est Annamaria Ajmone qui a été sélectionnée comme artiste résidente du mois de décembre par Natalia Casorati, directrice du Festival international de danse contemporaine Interplay de Turin. Annamaria Aimone (née à Lodi en 1981) a eu un master de Lettres Modernes à l’Université de Milan et a obtenu son diplôme de danse à l’Ecole d’Art Dramatique Paolo Grassi, sous la direction de Marinella Guatterini. Elle a travaillé comme danseuse au sein de la compagnie Alias (Suisse) dirigée par Guilherme Botelho. Elle participe aux activités de la compagnie Ariella Vidach-Aiep avec Daniele Ninarello, Elisabetta Consonni, Santasangre et Cristina Rizzo. En 2013, avec Chiara Ameglio et Marcello Gori, elle réalise InQuiete, finaliste pour le prix Equilibrio 2014. La même année, elle commence à travailler sur Tiny, spectacle qui a remporté le DNAppunti coreografici 2014 et qui a été présent en novembre dans le cadre de Romaeuropa Festival 2015. Pour la Biennale College 2015 de Venise, elle réalise Büan. En septembre 2015, elle a été invitée par le chorégraphe Virgilio Sieni à participer au projet de danse contemporaine L’Atlante del gesto, réalisé et conçu pour les espaces de la Fondation Prada à Milan. Dans le cadre du projet Umano I Cantieri internazionali sui linguaggi del corpo e della danza, elle créé Trigger.

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Télérama (09.12.15)

À l’invitation de l’Institut culturel italien, la danseuse Annamaria Ajmone présente sa son nouveau site specific Innesti. Elle a fait appel à la vidéaste Sara Bonaventura pour traduire en images vidéo son travail chorégraphique.

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(c) Akiko Miyake

Danza effebbi (09.12.15)

Per il mese di dicembre è Annamaria Ajmone l’artista residente, selezionata dall’Istituto italiano di cultura di Parigi su consiglio di Natalia Casorati, direttrice del Festival Interplay di Torino. La residenza rientra nel programma Les promesses de l’art organizzato dall’Istituto italiano di cultura di Parigi, il cui scopo è di far scoprire al pubblico francese giovani talenti italiani provenienti dal mondo dell’arte, dell’architettura, della musica, della fotografia, del cinema e della letteratura. Dal 4 al 22 dicembre 2015, la danzatrice e coreografa italiana Annamaria Ajmone è in residenza all’Istituto italiano di cultura di Parigi nell’ambito del programma di residenze Les promesses de l’art, un programma di residenze d’artisti organizzato dall’Istituto italiano di cultura di Parigi nel 2012 il cui scopo è di far scoprire al pubblico francese giovani talenti italiani provenienti dal mondo dell’arte, dell’architettura, della musica, della fotografia, del cinema e della letteratura. Tutti i mesi, su consiglio di specialisti dell’arte e di direttori artistici, l’Istituto accoglie un artista italiano nelle prestigiose sale dell’Hôtel de Galliffet mettendo a sua disposizione spazi, contatti, relazioni. A sua volta, l’artista s’impegna a presentare et a esporre al pubblico l’opera o il progetto artistico che realizzerà durante il suo soggiorno parigino. Selezionata   da    Natalia   Casorati,    direttrice    del    Festival    internazionale   di    danza contemporanea Interplay di Torino, Annamaria Ajmone presenterà per la prima volta al pubblico francese la sua ricerca che indaga la relazione tra lo spazio e il movimento, partendo dalla riflessione del filosofo tedesco Martin Heidegger. In occasione della residenza parigina, Annamaria proporrà il 17 dicembre alle ore 19, all’interno delle sale dell’Istituto, Innesti, nuova azione coreografica in situ. L’Istituto italiano di cultura di Parigi è la quarta tappa delle Pratiche abitative temporanee di Annamaria Ajmone iniziate a Venezia (Biennale College Danza 2015) e sviluppate a Milano (Fondazione Prada) e Firenze (Palazzo Pitti e Cango, centro di produzione sui linguaggi del corpo e della danza). In ogni città Annamaria Ajmone ha lavorato in luoghi differenti, ognuno dei quali si caratterizza nell’avere una funzionalità “altra” rispetto a quella dello spazio scenico: “mi piace definirli dimore, luoghi di abitazione temporanea, soggiorni, ripari, ma non necessariamente case”. Partendo dal saggio di Martin Heidegger Costruire, abitare, pensare, in cui il filosofo tedesco riflette su come gli esseri umani esistono nel mondo abitando lo spazio, la coreografa costruirà un percorso attraverso le sale dell’Istituto di cultura italiana di Parigi. La sua presenza e l’attraversamento delle stesse permetterà alla danzatrice di conoscere e vivere lo spazio, di farne parte e di esisterne all’interno. In questa nuova dimensione e consapevolezza, Annamaria Ajmone traccerà un percorso composto da un susseguirsi di azioni coreografiche.

Paris-Art (08.12.15)

La chorégraphe italienne Annamaria Ajmone, en résidence à l’Institut culturel italien de Paris pour le mois de décembre, présentera Innesti, sa nouvelle action chorégraphique «in situ», le 17 décembre 2015 dans les salles de l’Hôtel de Galliffet: une performance axée sur la relation du mouvement à l’espace.

 

 

 

 

 

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